Giochi di prestigio.

Ci sono eventi o persone che nella tua vita hanno avuto il ruolo del prestigiatore.

Magie perfettamente riuscite, non riesci a percepirne il trucco, di quelle che poi il pubblico gratifica con un grande ooooooh.

Sono magie che fanno sparire le cose.

Per esempio la fiducia.

A lungo andare, dopo vari prestigiatori, l’atteggiamento fiducioso naturalmente connaturato alla tua persona, puf! Sparisce.

E insieme a lui spariscono l’apertura verso l’altro, la capacità di affidarsi e di credere, di concedersi fino in fondo.

Questo fino a quando non compare un nuovo prestigiatore specializzato non nelle sparizioni ma nelle apparizioni.

Aspetto qualcuno che tolga dal cilindro la fiducia che mi manca.

Poi dopo penso ad un titolo.

Oggi sono piena di buchi.

E vi gocciolano dentro ricordi che a loro volta instillano pensieri.

È una giornata di reminiscenze e di parole vestite di nostalgia che si conficcano nella testa, circolano sul corpo e si fermano ognuna dove trova spazio.

Alcuni ricordi si annidano nel cuore, altri si poggiano sullo sterno, qualcuno si aggancia alla gola e certi si accoccolano tra i seni.

Uno è fermo lì sul ventre, indeciso se risalire o scendere verso il monte di venere.

Perché proprio oggi, perché ancora…

Eppure non è una data significativa, non ricordo niente che abbia avuto a che fare con il 6 di novembre, non ho memoria di sei novembre importanti.

E neppure oggi è stato un giorno importante; uno come tanti, destinato a trascorrere senza menzione d’onore.

Uno stupido giorno della stupida memoria.

Una memoria bucata che cola frammenti di affettività, materiali mnemonici di risulta, rigurgiti mentali, boli emotivi e illusioni semidigerite.

Oggi è uno di quei giorni nei quali ricordare è inutile e faticoso.

Curcuma e galline.

Un solo essere ci manca e tutto è spopolato.

Inizia così il nuovo libro che mi accingo a leggere.

Un libro dal quale so già mi farò scavare e scrutare fin dentro le interiora.

Autrice francese, molto francese.

Brillante, affascinante, lettura leggera ma che smuove in profondità.

La tisana bollente cerca di raffreddarsi nella tazza sbeccata.

È una tazza dozzinale, grossolana, tre galline si rincorrono frettolose fino al manico.

Ne ho già acquistata un’altra, uguale.

Eppure questa non ho cuore di buttarla, ancora può svolgere egregiamente la sua funzione.

E dire che nel mobile ho porcellane bone china raffinate ed eleganti che ignoro, dimentico di averle.

Fanno parte di una me che non c’è più.

E poi, io odio le galline, mi fanno ribrezzo.

È un animale polveroso, sciocco, dotato di zampe terrificanti.

Sono fatta così.

Sono in grado di affezionarmi e amare gli oggetti più stupidi e di poco conto pur possedendone altri di più valore.

Riesco a dare valore alle cose insignificanti, credo mi capiti anche con le persone.

Fuori la giornata si porta avanti con un pigro grigiore, avevano promesso temporali e invece una sottile pioggerella è comparsa quasi scusandosi della sua inconsistenza.

Le tende lasciano intravedere ciò che sta fuori, immoto, sembra che tutto sia in attesa.

I tetti lucidi di pioggia, le strade bagnate e attraversate da sottili rigagnoli, i gatti che placidi si leccano le zampe al riparo sotto antiquati terrazzini.

Anche i colori stanno in silenzio, smorzati da quella luce grigia che si poggia dappertutto.

Anche sulle persone.

No, oggi bambini non possiamo fare la ricreazione in cortile, ci sono le lumache che si trascinano sulla propria bava e pozzanghere al cui fascino so già che non potete resistere.

La curcuma della tisana si deposita sul fondo della tazza con le galline, ostinata, decisa a colorare e pigmentare tutto ciò che incontra.

A ben pensarci anche io nutro l’ambizione della curcuma, non sopporto di restare indifferente a chi ho di fronte, soprattutto se ho interesse a colorarlo.

È vero, cara Valèrie Perrin, quando ti manca qualcuno tutto è spopolato.

Ed è giusto così.

Soprattutto se è stato la curcuma che ha colorato la tua tazza.

Mia cara malinconia.

Ci sono storie che rimandano ad altre storie che poi non sono altro che la tua storia.

Ti s’incollano addosso, dolciastre e appiccicose come melassa, non riesci a liberartene.

Come un domino fanno cadere ad una ad una le tessere che con grande fatica avevi messo in piedi, parte una e come una valanga tutto crolla.

Sono storie bellissime dove perdersi, dove ritrovarsi, parlano di vite che non sono la tua ma le somigliano così maledettamente da far male.

Saranno questi giorni intessuti di nostalgia, di ricordi che si fanno molesti, di pensieri gravidi di troppo pensare, di troppo tempo libero e di equilibri che non hanno proprio intenzione di stare in equilibrio.

Saranno molteplici le cause ma l’effetto è solo uno.

Mia cara malinconia.

Nasse e reti.

Ci sono cose che accidentalmente mi restano dentro, impigliate in profondità.

Reti da pesca per emozioni, persone e idee, reti a maglie strette che trattengono e imprigionano.

Nasse complicate da lasciare.

Per questo chi vi finisce dentro non riesce a liberarsi.

Talvolta è solo una musica che decanta sul fondo, si libera dalle impurità, resta lì collusa con alcuni ricordi, s’infila nei meandri più nascosti e lì permane a corrodere tutto ciò che verrà in seguito.

Talvolta è una storia, un libro, una poesia che sembra scritta esclusivamente per me, la sento così mia da finirci dentro e farne parte.

Deve essere successo così anche per te perché non mi spiego altrimenti la tua presenza, da qualche parte, ancora dentro di me.

Vorrei toglierti il merito di questo ma non so se con ragione.

Sedimenta fino a confonderti con musica, parole e emozioni.

Diventa altro visto che non puoi essere te.

Oppure trova il modo di scappare via, trova la strada per andartene per sempre.

L’amore intero.

L’amore può essere di vari tipi e di varie taglie.

C’è l’amore fisico, quello del corpo, carnale, sensuale, sessuale, necessita di scintille e ossigeno.

Conosce la fame e soffre tremendamente il freddo.

C’è l’amore spirituale, etereo, delicato e fragile sempre sul punto di infrangersi rovinando sulla realtà.

È raro perché è un amore puro, incontaminato e innocente.

Bastevole a se stesso e soggetto ad autocannibalismo.

C’è l’amore intero, quello che vuole tutto di te, ha bisogno di buona sorte e compenetrazione, necessita di linfa costante altrimenti avvizzisce e muore.

L’amore, di qualunque tipo sia, è profondamente ingiusto, è regolato da norme inique, irragionevoli.

Non è mai egualitario o equo.

È una bilancia starata sulla quale, prima o poi, tutti saliamo.

Era solo un buco.

Sorbisco la mia spremuta d’arancia senza ghiaccio, seduta in un bar all’aperto, il sole spadroneggia arrogante sull’autunno.

Lo confonde facendogli credere sia ancora estate.

Scalda ostinato la pelle e ferisce potente gli occhi.

Una famigliola di turisti francesi occupa il mio campo visivo.

Prima passa svelto un bambino di circa cinque anni, corre felice, ignaro dei pericoli insiti nella strada percorsa da autovetture e moto.

Per un attimo lo credo solo.

Di seguito arrivano, affiancati tra loro, il padre e la madre.

La madre, una donna alta, magra, bella a suo modo, un poco scialba, rimprovera il bambino.

Mi sfuggono le parole, dette a mezza voce, si perdono nel traffico e sicuramente, neanche il bambino le ha sentite.

Quel sorriso sfacciato che gli ornava la bocca deve avergli tappato anche le orecchie.

Il padre, un giovane uomo robusto, di carnagione chiara, dal viso delicato e femmineo illuminato da occhi azzurri da madonna preraffaellita, tiene nella mano una navicella dove riposa un neonato paffuto e biondo.

Il mio sguardo registra tutte queste informazioni ma il mio occhio cade su un buco.

Il papà francese indossa dei bermuda senza cintura, il peso dei tasconi li fa scivolare sui fianchi facendoli poggiare al di sotto dei lombari, quasi a metà gluteo.

Lì lo slip blu si mostra e lì, proprio lì, c’è un foro circolare, perfetto.

Un’imperferzione che si pavoneggia baldanzosa quasi beandosi di sé, un dettaglio certamente ininfluente ma che stride e si fa notare, attira la mia attenzione.

Ci si potrebbe interrogare sulla natura di quel buco, rotondo, difetto senza difetto alcuno.

Cosa lo ha causato, perché la donna che è al suo fianco non si è accorta.

Certo sono scempiaggini ma quel buco mi ha catturata, ci sono finita dentro.

Forse perché sono in malaffare con le mie imperfezioni, i difetti e quel buco che sfacciato faceva bella mostra di sé mi ha ricordato la libertà.

La libertà di essere se stessi, con le proprie falle, i propri buchi, incuranti delle critiche degli altri, protesi verso il futuro che ti corre davanti e con il presente tenuto bello stretto in una mano.

In fondo cos’è un buco se intorno a te hai un intero universo.

Prendere.

Ho preso a cacciare cieli insoliti, ad accarezzare i gatti per strada, a sporcarmi le mani ed il cuore, a sorridere di certi pensieri che ancora resistono testardi, a sublimare il dolore con il dolore ed il vuoto con il vuoto.

Ho preso a rallentare per consentire alle cose di seguirmi, ad osservarmi con un occhio più clemente, a ponderare e frenare.

Ho preso a schiaffi il presente per rendere più tollerabile il futuro, ho preso delle caramelle koreane e uno spicchio di mare dove affondare lentamente.

Ho preso un nuovo inizio e ne ho fatto una comoda fine di troppe cose che si trascinavano inutili.

Ho preso ad allenare il corpo alle sconfitte, la testa alla resa ed il cuore alle vittorie.

Prendere è un bel verbo.

Occorre solo sapere cosa si vuole prendere.

Il segreto è non pensare.

In fondo qualcosa me l’hai insegnata.

Io allieva distratta, incline alla fantasia e al rifuggire ogni logica, ogni concretezza, alla fine ho imparato.

Il segreto è impegnarsi, sprofondare nel lavoro, nelle questioni inerenti la gestione del quotidiano, farsi sommergere dalle cose da fare, non cedere alla noia, avere sempre incombenze, bollette, visite mediche, cosa faccio per cena, come mi vesto domani che di certo pioverà, ma che fine hanno fatto i collant con la riga.

Cose così pur di non pensare.

È la strategia dei codardi; quelli che odio.

I pusillanimi che sfuggono ad ogni responsabilità.

I vili che per Dante hanno l’anime triste, coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

Sì, perché di responsabilità si tratta anche se si fa finta del contrario.

Si ha sempre responsabilità dei propri gesti, delle proprie azioni anche di quelle più banali e futili.

Per non sentirti vile allora devii il pensiero, lo sposti, lo mandi alla deriva, occupi tutto lo spazio disponibile tanto da non lasciare posto ad altro.

Il segreto è non pensare.

Ora lo faccio anche io.