Blu, le mille bolle blu.

Certi giorni l’infelicità è una bolla.

Ti circonda, ti muovi e lei si muove con te, un po’ manca l’aria, un po’ non discerni bene quel che hai davanti agli occhi, una translucenza che offende i tuoi sensi.

Le cose vecchie ed irrisolte ti bussano in testa e tu le lasci entrare, inerme.

Le mancanze ti vestono, ti si appoggiano sulle spalle, gravano sul tuo sguardo.

Le cose che credevi di meritare non solo non le hai avute ma si fanno beffe di te, manifestandosi gioiose nella vita di chiunque, non nella tua.

Le tue incapacità si fanno gravi; è più quel che non riesci a fare rispetto a ciò che sai fare.

Il pensiero degli altri su di te si fa opprimente e tu non puoi che dare ragione a chi ti considera insipido ed inetto.

L’infelicità è una condizione, una vecchia coperta lisa dalla quale non ti puoi e non ti vuoi separare.

Certi giorni è davvero avvolgente, amante opprimente che però, in qualche perversa maniera, ti fa compagnia.

Sono giorni di resa, di cessate le armi, ti trasporti in giro per il mondo come se quel corpo non fosse nemmeno tuo, è dell’infelicità.

Guida lei e tu ti affidi.

Come quando andavi in macchina con chi aveva bevuto troppo e ti concedevi ad un sonno incosciente, stupido e rischioso.

Passare dal sonno alla morte, in realtà, sarebbe un grande regalo della vita.

Ma questo è un altro discorso, un’altra bolla.

L’infelicità è comune a tutti, serpeggia in tutti gli animi e si manifesta, spesso a tradimento, quando ti distrai, quando sei stanco, quando decide lei.

Sì, impari un po’ a gestirla, a trattare e stringere patti, cedi a compromessi, tanto poi passa.

Credo che nella vita di un individuo siano più numerosi i momenti di infelicità rispetto a quelli di felicità pura.

Tante bolle e poche, pochissime, assolate isole di estenuante felicità.

Non festeggio i compleanni.

Ho compiuto i miei cinquant’anni in ospedale, un anno fa.

Il giorno prima ho subito un intervento di artroprotesi totale all’anca, pensavo che sarebbe stata una vera seccatura morire a 49 anni, magari per una complicazione conseguente all’intervento.

Non sono morta, poi.

Quindi i miei 50 li ho trascorsi in ospedale, pasteggiando con tè in scodella e fette biscottate, sola, lontana da casa e con un’anca tutta nuova da far accettare al mio corpo.

Li immaginavo diversi, i miei cinquant’anni.

Più clementi, meno spietati.

Non festeggio mai il compleanno, ho perso l’abitudine quasi subito.

Le feste di compleanno sono per persone che hanno tempo, voglia e che si ricordano di te, così ti togli il vizio e ti fa meno male.

Questi cinquanta fottuti anni, in pigiama, con la flebo al braccio e la stampella accanto al letto hanno fatto il loro dovere in fondo.

Sono arrivati e hanno preso atto della situazione, non c’era molto da festeggiare, si sono accucciati con me in quel letto scomodo ed hanno atteso l’infermiera con la terapia.

Tanti auguri a me.

Lista delle cose che mancano.

Mi manca mia madre e le nostre conversazioni giocate tutte tra lo scontro e l’incontro.

Mi manca cantare con lei stupide canzoni sentimentali dividendo caramelle alla liquerizia e risate soffocate per non disturbare i morti.

Mi manca la spensieratezza delle estati da bambina; parevano eterne e sapevano di ghiaccioli, un po’ mangiati da te un po’ consumati dal caldo che te li faceva gocciolare fino ai gomiti.

Mi manca mio fratello, le nostre affinità divorate da una vita che ti rende arido negli affetti se non li hai accanto, a portata di mano.

Mi manco io, quando credevo di essere invincibile e il limite era solo un ostacolo da superare.

Mi mancano 6 giorni, 6 giorni al mio compleanno. 51 anni. Lo dimenticheranno i soliti, tra cui mio padre. Ormai ci ho fatto l’abitudine, non è un problema.

Mi mancano cose che ho avuto e che ora non ho più.

Il presente quando lo stai vivendo sembra sempre così banale e non lo sai, non lo sai che diventerà un rimpianto.

Gira il mondo gira

nello spazio senza fine…

Vuoi una caramella, mamma?

Unu pisci.

Ho conosciuto Giuseppe in spiaggia, a mio parere è uno dei pochi uomini che conserva una delicatezza naturale, un’innocenza genuina.

Giuseppe adora le donne, le rispetta, ne apprezza le singolarità.

Non è mai volgare, è come un bambino impacciato che, con mani maldestre, maneggia statuine di porcellana.

Le guarda passare, mai con lascivia.

Ride quando gli arrivano all’orecchio quelle risate femminili così leziose e invitanti.

Annusa l’aria al passaggio delle donne, con il naso sollevato e gli occhi chiusi, ad assaporarne le fragranze dolci e fruttate.

Un segugio che cerca la via.

Giuseppe è rimasto un puro, nonostante i calci in bocca della vita o forse proprio per quelli.

Le disavventure con la giustizia, la separazione dagli affetti, la galera, la malattia e la morte di una figlia.

Perdere tutto.

Per questo ora apprezza il poco e si sente il re del mondo.

Mi chiede:

– Hai fatto il bagno importante?

Ti ho visto, pares unu pisci. –

Gli sembro un pesce, lo trovo delicato.

E la delicatezza è così rara.

Rassegnati e muori.

La rassegnazione è ciò che meno mi appartiene.

Non la conosco, non la frequento, non la capisco.

Non riesco a quietarmi, a pensare che deve andare così, che non ho potere, che qualsiasi cosa io faccia non posso cambiare le cose.

Ci dev’essere una parte del mio cervello non funzionante, lì, dove in genere risiede la rassegnazione, ci dev’essere qualcos’altro, di sbagliato di sicuro.

Essere combattivi è cosa formidabile ma quando hai già perso la guerra, diciamocelo, è solo una punizione, uno stillicidio.

Rassegnati, china il capo, chiudi il becco, guarda avanti, è inutile che ti volti, che nella tua testa costruisca un milione di sterili congetture.

Non serve.

Rassegnati, guardati intorno, godi di quello che hai, piccoli passi e orizzonti vicini.

Rassegnati, smetti di farti frugare la testa da idee balzane, di farti soggiogare i pensieri da inutili illusioni, smetti di proiettare film senza attori protagonisti.

Smetti.

Rassegnati e muori, cazzo.

Il cassonetto emozionale.

Una mia amica usa questa espressione. Lo so è tremenda ma oltremodo calzante.

Per lui sei stata solo un cassonetto.

Il cassonetto è preposto ad ospitare e contenere la spazzatura, ciò che non è più utilizzabile, gli scarti del vivere quotidiano.

Tutte siamo state dei cassonetti per uomini egoisti ed egoriferiti, predatori senza fame spinti dal bisogno di trovare sollievo.

Non si svuotano i lombi come in un rapporto sessuale occasionale.

Si svuotano il cuore.

Trovano chi li ascolta, li comprende, li soddisfa emotivamente e dopo un orgasmo affettivo spariscono leggeri.

Ti usano per appagare un bisogno impellente, assolta la tua funzione non servi più, troveranno un altro cassonetto.

Ti accolli tutti i loro rifiuti, i loro rottami, sei attenta, comprensiva ed empatica. A loro non serve una confidente, a loro occorre liberare il cuore, sgomberare e fare spazio.

Uno spazio dove tu non sei compresa.

Tu sei solo un cassonetto.

Non ho più mangiato pane così buono.

Le estati della mia infanzia si srotolavano pigre, tra giornate calde e sere trascorse in campagna.

– Andiamo in vigna, stasera.-

Mi dicevano.

Il termine vigna comprendeva in realtà uno spazio più ampio: l’aia, l’orto, la casa di campagna, il forno e stradine intorno da percorrere come piccoli esploratori.

Io e i miei cugini giocavamo inventandoci passatempi, mangiando fichi direttamente dall’albero, il cui latte bruciava inevitabilmente le nostre bocche bambine, avide e distratte.

Nei campi martoriavamo i papaveri per farne timbri da stampare sulla fronte, sulle gote e con i petali stabilire un m’ama non ama senza un reale destinatario.

Le ginocchia sempre livide e graffiate, vittime consenzienti delle scivolate nei fienili.

I pomodori dolci dell’orto parevano leccornie di gran pasticceria.

Nella casa, dentro una cassapanca, nonna Giuliana conservava il pane; spianate sarde saporite e sempre morbide e panini al latte profumati di semplicità.

Ci riuniva come tanti soldatini e a turno metteva in mano un tozzo di quel pane meraviglioso, le sue mani erano nodose e abbronzate, le mani di chi ha trascorso una vita a lavorare, i capelli candidi nascosti dal fazzoletto annodato sotto il mento e l’immancabile grembiule scuro, nelle cui tasche potevano albergare caramelle alla menta fredda o all’anice.

Io non ero sua nipote ma per lei non faceva differenza.

Il suo pane era per tutti i bambini della vigna.

Non so se fosse la cassapanca a sortire questa magia, il pane era la cosa più buona del mondo.

Perfetto per chi aveva ancora denti da latte ed implume si apprestava a conoscerlo, quel mondo.

Non ho più mangiato pane così buono.

I promise.

Ti prometto che non ci sarò sempre, che non sarò abbastanza, che sbaglierò e continuerò a sbagliare, che non farò in tempo, che non sarò adatta, che mi cercherai senza trovarmi, che parlerò troppo o per niente, che non risponderò, che avrò paura, che mangerò con le mani, che brucerò le pietanze, che piangerò di nascosto, che finirò i tuoi biscotti, che non ti chiamerò mai per prima, che non vorrò uscire, che terrò la musica ad un volume troppo alto, le tapparelle abbassate e scorderò la chiave nella toppa, che urlerò per la rabbia, che mi sentirò sola e malinconica, che comprerò troppe cose; almeno due di tutto, che svilupperò idee strampalate, che troverai libri sparsi per casa, che farò cose da bambini, che cambierò aspetto: dentro e fuori, che sarò cocciuta e ostinata, che non riuscirò a dire le bugie; nemmeno quando servono, che mi sentirò arresa la sera per svegliarmi combattiva al mattino, che non ti dirò tutto perché hai il diritto di non sapere tutto, che sarò inflessibile ed intollerante, che mi sentirai lontana, che non capirai, che non sarò facile o semplice, che cambierò idea, che ti proteggerò anche quando non vorrai, che non terrò conto di ciò che ti piace e che farò di testa mia.

Ti prometto che sarò io.

Di più non posso.

Welcome home.

Ci sono uomini che si prendono tutto di te, le tue gambe aperte, il tuo sguardo, la tua bocca umida, la tua schiena inarcata, i tuoi polsi stretti, il tuo sguardo, i tuoi pensieri, il tuo cuore.

Sono quelli che ti entrano dentro per restarci, anche una volta andati via.

Ne osservi la schiena farsi più piccola e lontana ma li senti ancora lì, dentro di te, ospiti indesiderati.

Hanno il potere di permanere.

Glielo dai tu quel potere.

E talvolta neppure lo meritano.

Ne aveva conosciuto pochi di uomini di quel tipo lì, in fondo era stata una fortuna.

Per una come lei che si lasciava invadere facilmente, che si lasciava colonizzare e permeare, era una fortuna.

Li poteva contare sugli indici o sui pollici; uno o forse due.

Come fanno quelli che s’innamorano spesso, come fanno a superare certi ostacoli, a rimuovere barriere, barricate e macerie.

Come fanno a offrirsi come vittima sacrificale in nome di un sentimento così profondo e viscerale e selettivo e pauroso.

Se lo chiedeva spesso quando osservava la maggior parte degli uomini così sbagliati, privi di ogni attrattiva, così facilmente dimenticabili.

-In fondo va bene così- si diceva.

Nessun rischio, nessun pericolo, nessun peccato.

Talvolta il destino e le paure tessono trame e firmano accordi ed è così che i giorni si susseguono uguali e insapori.