Macchie.

Le coincidenze sono lamette ed io continuo a passarci sopra la lingua.

In effetti concedo troppo al destino, è un bambino ottuso che continua a strappare le ali alle mosche e gode del loro patire.

E noi, nelle sue mani, siamo mosche.

Devo smettere di attribuire significato a ciò che ne è naturalmente privo ma è la mia parte irrazionale e sciocca che prevale.

Quella che ragiona con la pancia e si immagina le cose, che dotata di una fervida fantasia dà vita alle questioni morte.

Continuo a vedere immagini nelle macchie…

Che si può pretendere da una che legge le macchie.

Per esempio a casa mia c’è una macchia a forma di topo, in una vedo chiaramente una danzatrice sinuosa e in un’altra una giovane di spalle, ritratta nell’atto di denudarsi.

E non le vedo solo per un attimo, no, i miei occhi le ritrovano, le riconoscono.

Un po’ come si fa con le nuvole…

Io lo faccio con le macchie.

E vuoi che io non costruisca stupide storie sulle coincidenze?

Figuriamoci.

Avviene una lotta impari dentro di me: il mio lato pragmatico e razionale che pone veti, irride il fato si scontra con il mio lato creativo, ribelle e passionale che inventa storie fantastiche e poi crede che siano davvero accadute.

Che fatica credere che le macchie abbiano una precisa fisionomia.

Che fatica assecondare un destino beota e impietoso che si balocca di me.

Vedi di non coincidermi più, per favore.

Troverò una macchia che ti somiglia.

Origami.

Una piega a monte e una a valle.

Una a zig zag e una ripetuta.

Precisione e cura, lentezza e attenzione.

Dita ferme e decise, polsi che comandano, cuore che guida.

Non è forse questo l’amore?

Piegarsi e farsi piegare, far combaciare perfettamente i lembi ed i confini.

Le pieghe della verità sono fondamentali.

L’origami inferno e paradiso è il paradigma di un legame amoroso dove tutto può essere bene o male, dove tutto ha necessità di essere.

Origami

Il mio pensiero cerca te.

Si scrive sempre per qualcuno.

Puoi fingere che non sia così ma la realtà dei fatti è questa.

Scrivi per te stesso, per ritrovarti nelle parole che fluiscono libere oppure per perderti in quelle che fatichi a pronunciare.

La scrittura è lenimento ma è anche opera di scavo.

Scende in profondità che nemmeno tu sapevi di poter sondare.

Poi certo è davvero difficile risalire.

Scrivi per qualcuno che non hai, per qualcuno che ti sei perso nelle pieghe del destino, per qualcuno che ostinatamente ti resta incagliato nei gangli nervosi ad innervare organi importanti; fastidioso ospite che proprio non ti vuole lasciare.

Scrivi per qualcuno che hai, per qualcuno che c’è come può e come sa, per qualcuno che qualche volta vorresti diverso.

Capita anche che talvolta scrivi per nessuno, per un amore passato, per un affetto perduto, per te bambino o per l’adulto che mai sei diventato.

Scrivi perché non puoi farne a meno, perché non puoi riversare sugli altri tutto ciò che ti tieni dentro.

Scrivi perché è da egoisti, è facile avere come unico interlocutore la tua coscienza; talvolta alleata e ipocrita, talvolta crudele antagonista.

Scrivi perché il flusso dei pensieri sgorga libero da ostacoli e porta con sé detriti e materiali di risulta; un fiume grosso che non vede l’ora di esondare, raggiungere un orgasmo liberatorio e finalmente godere.

Ho scritto un milione di volte per me, per te, per noi, per lui.

Il pensiero diventa scrittura.

Senza le parole niente esisterebbe. Nemmeno tu.

Seduto in quel caffè…

Basterebbero le piccole cose.

Per esempio bere un caffè in un bar deserto, magari in una via secondaria, lontani dal chiasso e dalla gente.

Dove senti il chiacchiericcio dei bicchieri che si sfiorano, gli sbuffi della macchina del caffè, le sedie che miagolano, i rumori lievi provenienti dall’esterno, avverti quasi i pensieri del barista.

Ci si potrebbe ascoltare molto meglio, sai.

Le pause, l’aria che entra ed esce dalle bocche, le parole sarebbero certo più lievi perché non devono arrancare per farsi ascoltare.

Sarebbe tutto più facile.

Sarebbe come quando ascolto Ezio Bosso che suona, ne avverto il respiro ed il respiro si fa musica.

Lui stesso diviene uno strumento musicale che suona e accompagna il piano.

Un suono che si completa nell’altro.

Sentire il respiro dell’altro è un grande privilegio.

In quel bar, anche noi saremmo strumenti, impegnati in una melodia.

Il ritmo da lento si farebbe allegro fino a raggiungere l’acme per poi scemare.

La giusta conversazione è musica.

Ci vuole orecchio e senso del ritmo.

Saltella e schiva.

Nessun motivo per restare è, ad onor del vero, un ottimo motivo per restare.

È che poi ce ne sarebbero almeno un milione, e tutti validi, per andare via.

Questo disinteresse, questa freddezza non è da me, mi è innaturale questa totale distanza da tutto.

Sarà un meccanismo di difesa, una strategia atta alla sopravvivenza, una tecnica di autoconservazione.

Perdo interesse, più niente mi tocca, ogni spreco di energia mi sembra cosa inutile.

L’immobilismo non fa per me eppure ora vorrei essere una lucertola che corre a nascondersi sotto i sassi.

Ero così sicura di aver chiuso quella porta ed invece ogni sorta di autoanalisi mi vede sconfitta.

Quante volte si può e si deve riniziare…

Un eterno gioco dell’oca del quale non tieni in mano neppure i dadi.

Faccio tutto a dovere, precisa e chirurgica per poi scoprire che è stato inutile.

E via, tutto da capo.

Che cosa stupida essere prigionieri di cose che non esistono.

Avanti, bambina pugile torna a saltellare.

Saltella e schiva.

Schiva e saltella.

Ricorda che non puoi più atterrare sulle gambe.

Stavolta devi imparare a volare, sciocca bambina.

I pesci non piangono.

È da troppo tempo che non piango.

C’è stato un periodo di grande fragilità che mi portava a pianti frequenti, solitari, espressione di disperazione pura.

Repentini terminavano così come erano venuti.

Temporali improvvisi che funestavano le mie giornate.

È da un po’ che non piango, in effetti.

Saranno due anni.

Ho un pessimo rapporto con il pianto, nonostante gli riconosca un valore catartico e rinnovatore, me ne vergogno.

Il pianto è per me qualcosa da fare in privato, ammantato d’intimità, nascosti un po’ anche a se stessi.

Ha di certo a che fare con la mia stupida idea di debolezza e fragilità.

Scelgo sempre da chi farmi vedere fragile e no non piangerei mai davanti a te.

Lo so è una stupidaggine.

È una cosa che non perdono al dolore, infatti.

Quello di farti perdere il controllo, di crollare emotivamente e finalmente piangere.

Si è brutti quando si piange, il viso si accartoccia su se stesso, si arrossa, lacrime e muco, la bocca si tende verso il basso, il petto è scosso dai singulti, la testa è vuota e gli occhi pieni.

Le ciglia non riescono più ad arginare le lacrime che rompono gli argini e invadono le gote, il mento, il collo.

Rivoli di pianto che scorrono incontrollati.

Il pianto è espressione di umanità.

Per questo i pesci non sanno piangere.

Io dovrò imparare di nuovo a farlo.

Ho della felicità ma è per uso personale.

Poi per caso scopri che si può essere felici.

Senza necessariamente sentire il bisogno di farsi perdonare per questo.

Senza grosse motivazioni, né giustificazioni.

Sì, ti fermi, rallenti e ad un tratto ti senti felice.

Una felicità distesa, comoda, lieve, delicata.

Niente fuochi d’artificio, esplosioni o detonazioni.

No, niente del genere.

Più uno stato di sfacciato benessere; nel corpo e nella mente.

Una percezione di pace; quasi un momento di galleggiamento emotivo, una sospensione dai problemi, dalle piccole trappole del quotidiano, dalle insidie mentali, dal logorio della vita.

Allunghi gli arti e la colonna, respiri e ti metti comodo in questa felicità che ora ti contiene tutto, ti racchiude.

Ci sono felicità ad uso puramente personale talmente sono piccole.

Non bastano per essere condivise con altri, spezzettate e disperse.

Vanno vissute così.

Consumate in silenzio, assaporandone piano il gusto.

È che questa piccola felicità va saputa riconoscere e apprezzare.

Non è affare per distratti.

Meduse e sirene.

Le correnti calde portano le meduse.

Le vedi volteggiare nell’acqua come piccole ballerine, danzanti al ritmo di una musica che sentono solo loro.

Fluttuano e fanno del mare il loro carillon.

Noi intrusi dobbiamo schivarle se desideriamo nuotare.

E così siamo impegnati anche noi in una danza, una nuotata che cambia traiettoria in continuazione.

Lo sguardo si fa attento, la nuotata perde un po’ di spontaneità e fluidità, fino a quando non ti dimentichi; delle meduse, del pericolo, di te.

Allora nuoti e basta.

Per una volta sono le meduse che osservano te ormai dimentico di tutto, perso in un flusso di coscienza che ti culla al pari delle acque del mare.

Una bracciata dietro l’altra, il respiro che si placa e si fa regolare, il corpo si distende, ritrova acquaticità.

L’acqua ti scivola addosso, ti sposti e la sposti, un tutt’uno con quella linfa.

Diventi liquido: nel corpo ma soprattutto nei pensieri.

Avverti sulla pelle i passaggi repentini di temperatura, registri quasi distrattamente le modifiche del fondale sotto di te.

Sei medusa tra le meduse.

La meraviglia si compie ogni volta.

Il mare non avrà le risposte ma sicuramente ti aiuta a non porti più domande.

Almeno fino a quando resti medusa.