Vieni, ti porto al mare.

Il mare non è romantico, non è sentimentale o lezioso.

È tremendamente pratico.

Mutevole, prepotente, imprevedibile, irruento, affamato, sa essere egoista.

È generoso quando gli pare.

È possessivo, avvolgente, esigente.

Non ti devi fidare del mare, devi averne rispetto e timore, sa essere infido e ingannevole.

Un attimo ti carezza tra le cosce, un secondo dopo ti sbatte tra gli scogli.

Gioca con te e tu devi saperci giocare oppure corri il rischio di farti davvero male.

È oggetto di mille proiezioni, di errate personificazioni, di trasfusioni emotive e smielate smancerie.

Il mare non conosce miele e credo che non tolleri gli umani invasori.

Sì, si concede ma solo quando vuole lui.

È amante distratto, un collezionista di corpi ed un incantatore di anime.

Il mare se ne frega.

Ed in fondo fa bene.

Il mare ti somiglia per questo non mi fido di entrambi.

Invidio la coda delle sirene.

A guardarla bene in faccia, questa realtà, credo non piaccia poi così tanto.

Perché se avessimo gradito per davvero, l’avremmo guardata dritto negli occhi, senza scuse nello sguardo, con il mento proteso ed il naso arrogante.

Invece osserviamo intimiditi e pronti a sgretolarci, tutta questa bruttura soffoca la mente e le voglie.

Allora ci costruiamo piccoli, angusti mondi fatti di piccole, anguste persone, con sentimenti plastificati ed emozioni adulterate.

Vedo così tanta solitudine riempita di pallidi tentativi di nulla, tanta paura camuffata con inutili suppellettili virtuali.

Perché ci siamo ridotti a vivere per finta, ad amare ingiuste proiezioni di noi stessi, perché ci vediamo belli solo nello sguardo superficiale e fuggevole di sconosciuti più affamati di noi.

Perché portiamo la nostra rabbia come una bandiera e siamo pronti a sbranarci per stabilire chi ha ragione su questioni stucchevoli e idiote.

Un tempo ci lasciavamo corteggiare dalle cose belle, distinguevamo perfettamente lo stupore dalla noia, eravamo più integri.

Ora siamo disgregati, smembrati, separati da noi stessi, una mano in guerra con l’altra.

Eppure siamo ancora in grado di schivare le formiche davanti al nostro passo, di rallentare per cedere la via ai più fragili, di mostrare scampoli di empatia avanzati da vite affettive precedenti.

Dio cosa siamo diventati.

Così soli e stupidi.

Il cuore batte dove cazzo vuole.

Il cuore è un vecchio anarchico, innamorato pazzo di ideali obsoleti e stropicciati.

Sanno un po’ di stantio, sono lenti, non stanno al passo con i tempi.

Ma lo fanno palpitare nervoso come un giovane puledro.

Scatta in piedi come una recluta, come una vergine, come una molla.

Batte quando e come cazzo gli pare, disinteressato a ciò che la testa sostiene e a ciò che l’anima auspica.

Decide da sé.

Ha l’animo del kamikaze, pronto ad immolarsi su inutili altari, a sposare cause perse e farsi brillare in nome di chi non rammenta nemmeno il suo nome.

E lui batte, batte.

Lavoratore indefesso e instancabile.

Ogni tanto perde un battito.

Chissà dove vanno a finire i battiti persi dei cuori rivoluzionari e riottosi.

Mi piacciono i cuori anarchici.

Parlano la lingua del mio.

Di vuoto in vuoto.

Nessun vuoto colma un altro vuoto.

E tu, un vuoto, lo puoi pure arredare, puoi cercare di renderlo confortevole, abitabile.

Sempre vuoto resta.

Che ci metti tu, dentro ai tuoi vuoti?

Ci metti canzoni, persone, libri, chimere, affetti, aspettative, futilità, idee, pulsioni, bandiere e ideali.

Qualcuno ci mette Dio, qualcuno un figlio o una missione, una passione o del sesso anestetico.

Il vuoto si mangia tutto, riaffiora, si palesa sempre come una brutta macchia sulla tovaglia buona.

Siamo fatti di vuoti e di pieni che convivono in noi in guerra continua, in pace armata.

Non ti agitare troppo.

Scambierai di posto i tuoi vuoti e, i pieni, faticosamente conquistati, vacilleranno senza equilibrio.

Dentro il tuo vuoto non ci stavo bene.

Non era della mia misura.

Quanto tempo.

Quanto tempo vale una persona.

Quanto tempo togli alla tua vita vera.

Quanto tempo regali senza volere niente in cambio.

Quanto tempo pretendi e quanto tempo credi ti sia dovuto.

Quanto tempo pensi di valere.

Quanto tempo è un tempo importante.

Quanto tempo hai perso, investito, rubato, negato, pregato, voluto, desiderato, speso, preso, atteso.

Il tempo è l’unita di misura dell’interesse o è solo una fredda convenzione umana.

Un tentativo d’imbrigliare, frenare, trattenere quel che per sua natura fugge.

Il tuo tempo quantifica te e gli altri oppure no.

Hai tempo per me?

Hai tempo per te?

È tempo, prezioso, fottuto tempo.

Solo tempo.

Giorni da vivere con la testa sott’acqua.

Ci sono giorni che iniziano decisi a pesarti sulle spalle e sulla fronte.

Sono quei giorni che ristagnano, le cose non vanno, galleggiano a pelo d’acqua facendo il morto.

È un po’ come quella sensazione che si prova quando nuoti in mezzo alle alghe.

Ne schivi mille e altre mille ti si strusciano addosso, mille lingue di serpente che ti lambiscono la pelle, viscide e fastidiose, s’incollano alla carne.

Ci sono giorni che sono una trappola tesa dal tempo; lui scorre imperterrito ma ti dà l’illusione di ristagnare, fermo e immobile.

Le sabbie mobili del tempo sono le più pericolose.

T’ingoiano e ti dimentichi persino di te stesso.

Sì, ci sono giorni che andrebbero vissuti con la testa sott’acqua; le correnti tra i capelli, le onde lievi che carezzano le gambe e la schiena, la schiuma tra le tue mani che afferrano l’acqua come una corda a cui aggrapparsi.

Ed il silenzio.

Il silenzio liquido che ti accoglie, comodo come un ventre materno.

Ci sono giorni emersi e ci sono giorni da fondale.

Ma se non hai perso il vizio di respirare devi sollevare il capo, sempre e nonostante tutto.

Falliti e vincenti.

Pensavo che siamo tutti dei falliti, in fondo.

Nessuno è immune dal fallimento e questo rende chiunque fallibile e perciò fallito, almeno una volta nella vita.

Quante volte il colpo non è andato a segno, quante volte si sbaglia bersaglio, direzione, mira e valutazione del rischio e delle variabili.

Eppure il fallimento non s’impara, ti s’infila tra le vertebre, è un coltello conficcato in mezzo alla schiena, non arrivi a levarlo e te lo porti in giro per il mondo.

Ci dovremmo chiedere a vicenda:

– Ciao, in cosa hai fallito tu?-

Un curriculum dei fallimenti, una carta d’identità delle nostre miserie.

Anche i vincenti hanno fallito e le vittorie non cancellano i fallimenti, anzi forse, sono i fallimenti i veri promotori della vittoria.

Penso di aver vinto poco nella mia vita e fallito tanto, ho la mira del miope e la tenacia dello storpio.

Queste le mie capacità.

Salinità.

La salinità è la qualità di alcune persone, il gusto che ti lasciano in bocca e dentro la testa.

Il sale che si deposita sulla pelle e che alberga su polpastrelli da leccare lentamente.

Come dopo un bagno in mare o del sesso accaldato.

La loro mancanza determina una fastidiosa arsura.

La voglia urgente di dissetarsi, le labbra aride e la gola riarsa.

Un’esigenza, un bisogno primario.

Salinità e sete dovrebbero fare l’amore più spesso.