Siamo nodi senza pettine.

Un nodo al fazzoletto per rammentare quel che non devi dimenticare.

Non abbiamo più fazzoletti, solo nodi.

Perché i nodi vengono al pettine.

Ma non abbiamo più pettini, solo nodi.

Tirava un vento da bufera, mille nodi.

Ma non abbiamo più vento, solo nodi.

E il nodo in gola?

Quello lo portiamo fisso, come una cravatta.

I tuoi bellissimi nodi, quelli li ricordo ancora, mi ci sono impigliata più volte, annodata stretta, una mosca in una ragnatela.

Ora ho i miei nodi di cui occuparmi.

Se non ci penso io, ai miei nodi, va a finire che si slegano.

Stringo forte ma ho i polsi deboli.

Lascio andare i nodi che non hanno la forza di restare.

Un nodo sciolto è la fine, la negazione di quel che è stato, perché qualcosa è stato?

Vero?

Il lavoro sporco.

Certi giorni è più facile odiarsi piuttosto che amarsi.

Lasci agli altri l’onere e l’incombenza di amarti.

Il lavoro sporco.

Amare è un lavoro sporco.

Ti ci sporchi le mani, i denti, gli occhi, i pensieri.

Ti ci sporchi la faccia, la pancia, la schiena ed il collo.

È uno sporco buono, che va via difficilmente e ti cambia, ti modifica il DNA, diventa parte di te, si annoda alle tue eliche.

E quindi, quei giorni, affidi e ti affidi, ti lasci amare docilmente, remissivo e mansueto.

Una bestia stanca, in attesa di carezze leggere, di lievi presenze e di piccoli doni.

Questo sono.

Certi giorni.

Il cuore bambino.

Ci sono quelle persone che preservano la loro innocenza, che non si fanno scalfire dalle brutture del mondo, che mantengono un candore vergineo con estrema facilità.

Sono come barchette di carta che affrontano indomite la corrente ma senza mai farsene attraversare.

Conservando un’integrità quasi fastidiosa.

Non si sporcano, non si macchiano, non s’inzuppano.

La vita li travolge e loro restano perfettamente interi e puri.

È nella loro natura di innocenti.

Nascono così.

Senza il gene della corruzione, con una carne morbida e malleabile e gli occhi trasparenti colorati da uno sguardo pulito.

Ed hanno un cuore bambino.

Limpido e tenerissimo.

Sono preziosi.

Che ne è stato di te.

Che ne è stato di te?

Che ti hanno fatto i giorni trascorsi a combattere contro il tempo.

Che ne è stato del tuo sguardo; si è indurito a protezione di un cuore che si è fatto male più volte.

Che ne è stato dell’immediatezza nelle parole, della tenerezza nelle mani, dell’ostinata fiducia negli altri.

Che ne è stato dei tuoi occhi belli, dei tuoi piedi scalzi e del collo volubile ed esposto.

Che ne è stato di ciò che hai perso e di quel che hai trovato.

Che ne è stato di te.

Le persone straordinarie non esistono.

Non conosco persone eccezionali ed in qualche maniera questo mi è di grande conforto.

Io non vorrei essere considerata eccezionale da nessuno; è una grande responsabilità uscire dalle fila della normalità, essere migliori.

I migliori.

Ci si aspetta troppo dalle altre persone, d’altronde anche loro si dibattono nella vita come pesci fuori dall’acqua, è che, per alcuni, le squame argentee rimandano riflessi e abbacinanti bagliori che ci distolgono dalla vera natura della persona.

Una persona spesso quasi mediocre nella sua rassicurante normalità.

Non puoi chiedere a nessuno di essere eccezionale; l’eccezionalità si paga cara in termini di peso sulle spalle e di consapevolezza nello sguardo.

Dovremmo ambire ad essere riconosciuti nella nostra esigua finitezza, nella nostra piccola, drammatica insignificanza.

L’essere eccezionali determina uno standard, un confine che va oltrepassato, lo standard però è stabilito su criteri opinabili e soggettivi.

Il mio eccezionale può essere il tuo normale.

Dovremmo chiedere alle persone di essere persone.

Dovrebbe bastarci.

Preghiera.

Per tutti i sassi lanciati in mare e mai ritornati a riva.

Per tutti i viaggi solo pensati e non vissuti.

Per tutti i sogni che non hanno avuto il coraggio di avverarsi.

Per tutti i no che dovevano essere sì.

Per tutte le domande che temi di porti per paura delle risposte.

Per tutte le tasche vuote mai riempite di mani e di senso.

Per tutte le bocche che non si sono mai baciate e per le lingue che non si sono mai intrecciate.

Per tutti i desideri insensatamente repressi.

Per le tue mani sincere incapaci a mantenere segreti.

Per i testardi e gli orgogliosi così immensamente stupidi.

Per i ribelli.

Non arrendetevi.

La tortora.

Potrebbe essere così semplice ma la semplicità non è affar mio.

E nemmeno tuo.

Sul mio pianeta piove, le giornate si fanno più coraggiose, ancora timide, allungano il collo verso la bella stagione.

Gli adolescenti s’infiammano di nuovi amori fasulli e gli anziani temono una morte che si fa sempre più vicina.

I vestiti sono diventati più leggeri.

Ma non gli sguardi delle persone, quelli, quelli sono sempre pesanti.

La tortora è tornata a nidificare sul terrazzo.

È stato brutto sai trovare sua sorella morta sulle uova, il capo reclinato sul petto e il nido freddo.

Non so perché sia morta, non ho avuto il coraggio di toccarla.

È stato un pessimo presagio, il segno violento di un fato bastardo.

Però ora il nido è di nuovo festante di vita.

La nuova tortora se ne frega della zona rossa, dei vaccini, di questo pianeta malandato e malato.

Lei ha le uova, cova e tuba.

Non le interessa un cazzo delle umane vicende.

Un po’ come te.

C’è un nido da difendere e basta.

Nel mio pianeta le tortore con i loro occhi a bottoncino osservano disinteressate e distanti, incuranti delle preoccupazioni e dei timori della gente.

Sono polverose come pensieri antichi.

È un animale con cui non ho affinità.

Eppure sceglie sempre il mio terrazzo per nidificare, si sente accolta e protetta.

Poi va via.

E io aspetto che torni.

Un po’ come ho fatto con te.

Viti e bulloni.

Ad un tratto lasci che le cose ti tirino via e dietro non resta nemmeno un vuoto, neppure un piccolo pertugio, uno spazietto angusto, nulla.

È come non essere mai esistiti.

Senza alcuna traccia del tuo passaggio che sei passato a fare.

L’inutilità nella sua massima espressione.

Perciò ti lasci portare via inerte, come i tronchi si abbandonano alla corrente, ti sbatti, ti graffi, soccombi.

Un giorno dopo l’altro, un passo dietro l’altro.

È un buon modo per non pensare.

Un ottimo modo per non esistere fino in fondo.

Farsi occupare dalle briciole dell’abituale, farsi colonizzare la mente dalle cose spicciole e sbrigative, l’essenzialità del quotidiano; quella che uccide i sogni, la cruda concretezza della vita.

Giusto un po’ di viti e bulloni, rondelle, tasselli.

Maschio e femmina.

Incastri che non hanno funzionato.

Bulloni lenti e viti che non avvitano.

È così facile e liberatorio non esser buoni a nulla.

Non c’è posto per me.

Cosa c’è di più ipocrita di un luogo dove tutti devono fare le stesse cose, usare le stesse parole, essere le stesse persone, avere gli stessi gusti.

Un’universalità fatta di niente e di poco.

Un luogo dove l’individuo e la sua precipua individualità si annullano nell’accettazione supina di qualsiasi cosa, regola, norma, veto, legge.

Stabilita e resa dogma, senza nessuna posizione critica o vagamente ragionata, sancita dalla facile influenzabilità ed eretta, sorretta, nel nome dell’indifferente superficialità.

Un luogo che fa dell’allineamento e del conformismo legge imperante, imperativo etico, categorico, coercitivo e soffocante.

Un luogo che ingloba il singolo per vomitarlo fuori indistinto, in un mostruoso blob senza volto, senza coscienza e senza vergogna.

No, non è un posto per ribelli, per individui fragili e frangibili e per uomini liberi.

Non è un posto per devianti e divergenti, per diversi e per chi ha in nuce una piccola rivoluzione.

Non è un posto per ostinati sovversivi.

Non è un posto per me.