Macchie.

Le coincidenze sono lamette ed io continuo a passarci sopra la lingua.

In effetti concedo troppo al destino, è un bambino ottuso che continua a strappare le ali alle mosche e gode del loro patire.

E noi, nelle sue mani, siamo mosche.

Devo smettere di attribuire significato a ciò che ne è naturalmente privo ma è la mia parte irrazionale e sciocca che prevale.

Quella che ragiona con la pancia e si immagina le cose, che dotata di una fervida fantasia dà vita alle questioni morte.

Continuo a vedere immagini nelle macchie…

Che si può pretendere da una che legge le macchie.

Per esempio a casa mia c’è una macchia a forma di topo, in una vedo chiaramente una danzatrice sinuosa e in un’altra una giovane di spalle, ritratta nell’atto di denudarsi.

E non le vedo solo per un attimo, no, i miei occhi le ritrovano, le riconoscono.

Un po’ come si fa con le nuvole…

Io lo faccio con le macchie.

E vuoi che io non costruisca stupide storie sulle coincidenze?

Figuriamoci.

Avviene una lotta impari dentro di me: il mio lato pragmatico e razionale che pone veti, irride il fato si scontra con il mio lato creativo, ribelle e passionale che inventa storie fantastiche e poi crede che siano davvero accadute.

Che fatica credere che le macchie abbiano una precisa fisionomia.

Che fatica assecondare un destino beota e impietoso che si balocca di me.

Vedi di non coincidermi più, per favore.

Troverò una macchia che ti somiglia.

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