Decalogo di istanti.

(Ci sono istanti di felicità che si nascondono dentro le piccole cose, non se ne ha piena contezza e passano tristemente inosservati.)

Acquistare un nuovo libro.

Uno specialista che ti dice che va tutto bene.

Quando ciò che accade e ciò che non dovrebbe accadere s’incastrano tra loro a formare una giornata perfetta.

La presenza di qualcuno che si manifesta con un piccolo gesto; un’attenzione inaspettata.

Una mano che si allaccia alla tua.

La comprensione immediata di chi, anche con fatica, ha imparato a conoscerti.

La lentezza delle cose; generosa concessione della vita che troppo spesso non viene riconosciuta.

Le risate di gola e di testa, di pancia e di cuore; detonazioni di libertà.

Il sapore dolce e consolatorio di certe canzoni.

Il mare, il mare, il mare.

Certa musica.

Certa musica ti legge dentro.

Ti spoglia, ti mette a nudo.

Ti toglie tutte le parole inutili, i fronzoli, le chincaglierie.

Ti mette di fronte a te stesso.

Ti costringe a guardarti meglio, con attenzione.

Certa musica ti conosce; sa dove scavare, dove affondare il dito, ti suona a dovere.

Si diverte a contare le tue ossa rotte, i punti di sutura e le parti malfunzionanti di te.

Ti fa bene e ti fa male.

Ti costringe a non voltare lo sguardo, ti abita e sa dove vai a nasconderti.

Certa musica sei innegabilmente tu.

Era meglio quando dentro le conchiglie ci sentivi il mare.

Era meglio quando il ghiacciolo ti si scioglieva sulle dita e l’estate sembrava non dovesse finire mai.

Era meglio quando il cuore ti batteva all’impazzata e si andava a nascondere sul viso a colorarne le gote.

Era meglio quando immaginavi come sarebbe stato e poi invece era molto meglio di così.

Era meglio quando niente ti faceva male perché non conoscevi alcun male.

Era meglio quando il tempo sembrava tutto tuo e di nessun altro.

Era meglio quando il sale sulla pelle e sui capelli non era un fastidio se potevi stare in acqua mattinate intere.

Era meglio quando sognare non costava nulla perché tanto tu non avevi soldi per comprare niente.

Era meglio quando ci si fidava come propensione naturale verso l’altro perché ancora non si aveva la necessità costante di difendersi.

Era meglio quando accostavi le conchiglie all’orecchio e prestando la giusta attenzione sentivi il mare.

Era meglio, molto meglio di così.

Settembre non ha capito.

Settembre non ha capito cosa deve fare, si sente ancora l’estate aggrappata addosso, ancora non riesce ad imporre il suo volere.

È vero che inizia piano a mangiarsi le giornate, al mattino è buio e la sera arriva presto ma poi, durante il giorno, cede alle lusinghe del caldo estivo.

Settembre non ha le idee chiare e non è mese di carattere.

Gli vanno bene i compromessi.

Eppure sa che per noi è un mese di inizi, di ritorni, di progetti.

Settembre se ne frega.

Non gli interessa.

Si trova a cavallo tra due stagioni; una quasi terminata ed una pronta ad iniziare.

Una stagione esuberante, decisa ed esigente e un’altra che abbassa i toni, smorza le luci e si mette a dormire sotto coltri di foglie.

Io a settembre non chiedo niente, capisco la sua indecisione.

Come si dice nella tua lingua.

Ho una vera passione per quelle parole intraducibili in altre lingue, quelle parole matrioska che al loro interno contengono una serie di meravigliosi significati, uno inanellato all’altro come le catenelle di carta crespa che facevamo da bambini.

Spesso riguardano i sentimenti e le emozioni.

Soprattutto sentimenti come la malinconia che non ha una coloritura univoca, non è un sentire necessariamente triste, sfocia nella nostalgia, nell’abbandonarsi alla dolcezza, nella languida voglia di altrove o di qualcuno distante.

Parole dal sapore indefinito che virano dal dolce del miele di corbezzolo al salato delle lacrime.

Delle lacrime di quelle buone, di gioia e felicità o di piacere a seguito di un orgasmo potente.

Ci sono sentimenti davvero di difficile lettura per questo esistono apposite parole per loro: saudade in portoghese o natsukashii in giapponese e questi lessemi non sono pienamente traducibili in altre lingue.

Anche alcune persone sono intraducibili nella mia lingua, ne resto incantata pur non comprendendole fino in fondo ed il loro sapore è a tratti dolce a tratti aspro, con un retrogusto amaro e sapido.

Da rigirarsele in bocca con lentezza assaporandone a fondo l’essenza.

Le mormorette.

Oggi era un giorno clemente.

Il mare era calmo, limpido e accogliente e la mia gamba collaborativa.

Mi sono immersa piano, con delicatezza, quasi chiedendo il permesso a quelle acque trasparenti e fresche.

La testa per ultima.

Non è forse così anche nelle cose di cuore, la testa entra per ultima.

Una bracciata dopo l’altra, le gambe che oscillano, trovare subito il ritmo in un mare tutto per me.

I turisti si svegliano tardi.

Ho incontrato pochi ostacoli nel mio percorso.

Il respiro si fa regolare e io mi faccio liquida, scivolo sull’acqua come fosse una superficie oleosa.

È meraviglioso quando tutto combacia perfettamente; le condizioni del mare e le mie.

Quando siamo in perfetta armonia, quando io mi inserisco nel contesto come la tessera del puzzle nel suo naturale incastro.

Sì, oggi era un giorno clemente.

Registro quasi meccanicamente i cambiamenti del fondale che ormai ho imparato a conoscere; ecco gli scogli con il loro muschio, addobbati come un piccolo presepe sottomarino.

Ecco le praterie di alghe, ecco la fantasia zebrata creata dalle correnti tra la sabbia del fondale.

E i pesci, tanti, tantissimi pesci.

In prevalenza mormore e occhiate.

Si fanno ardite, ti nuotano intorno, sotto, sopra.

Ti pare quasi di poter allungare la mano e carezzarle nel riflesso argenteo della pinna dorsale.

Ma loro vezzose si ritraggono a queste carezze non desiderate.

Resti sempre e comunque un estraneo nel loro ambiente.

Non so se le mormore hanno problemi di fiducia, credo principalmente abbiano fame.

Le più piccole, a riva, morsicano le caviglie di chi si trattiene in acqua immobile, attratte da tutto ciò che può essere commestibile.

Una sorta di ribaltamento della catena alimentare.

Lascio mormore ed occhiate ai loro discorsi muti e mi decido ad uscire, con i polpastrelli raggrinziti e il sorriso dei miei giorni migliori appeso sulla faccia.

Macchie.

Le coincidenze sono lamette ed io continuo a passarci sopra la lingua.

In effetti concedo troppo al destino, è un bambino ottuso che continua a strappare le ali alle mosche e gode del loro patire.

E noi, nelle sue mani, siamo mosche.

Devo smettere di attribuire significato a ciò che ne è naturalmente privo ma è la mia parte irrazionale e sciocca che prevale.

Quella che ragiona con la pancia e si immagina le cose, che dotata di una fervida fantasia dà vita alle questioni morte.

Continuo a vedere immagini nelle macchie…

Che si può pretendere da una che legge le macchie.

Per esempio a casa mia c’è una macchia a forma di topo, in una vedo chiaramente una danzatrice sinuosa e in un’altra una giovane di spalle, ritratta nell’atto di denudarsi.

E non le vedo solo per un attimo, no, i miei occhi le ritrovano, le riconoscono.

Un po’ come si fa con le nuvole…

Io lo faccio con le macchie.

E vuoi che io non costruisca stupide storie sulle coincidenze?

Figuriamoci.

Avviene una lotta impari dentro di me: il mio lato pragmatico e razionale che pone veti, irride il fato si scontra con il mio lato creativo, ribelle e passionale che inventa storie fantastiche e poi crede che siano davvero accadute.

Che fatica credere che le macchie abbiano una precisa fisionomia.

Che fatica assecondare un destino beota e impietoso che si balocca di me.

Vedi di non coincidermi più, per favore.

Troverò una macchia che ti somiglia.

Origami.

Una piega a monte e una a valle.

Una a zig zag e una ripetuta.

Precisione e cura, lentezza e attenzione.

Dita ferme e decise, polsi che comandano, cuore che guida.

Non è forse questo l’amore?

Piegarsi e farsi piegare, far combaciare perfettamente i lembi ed i confini.

Le pieghe della verità sono fondamentali.

L’origami inferno e paradiso è il paradigma di un legame amoroso dove tutto può essere bene o male, dove tutto ha necessità di essere.

Origami