Il mio pensiero cerca te.

Si scrive sempre per qualcuno.

Puoi fingere che non sia così ma la realtà dei fatti è questa.

Scrivi per te stesso, per ritrovarti nelle parole che fluiscono libere oppure per perderti in quelle che fatichi a pronunciare.

La scrittura è lenimento ma è anche opera di scavo.

Scende in profondità che nemmeno tu sapevi di poter sondare.

Poi certo è davvero difficile risalire.

Scrivi per qualcuno che non hai, per qualcuno che ti sei perso nelle pieghe del destino, per qualcuno che ostinatamente ti resta incagliato nei gangli nervosi ad innervare organi importanti; fastidioso ospite che proprio non ti vuole lasciare.

Scrivi per qualcuno che hai, per qualcuno che c’è come può e come sa, per qualcuno che qualche volta vorresti diverso.

Capita anche che talvolta scrivi per nessuno, per un amore passato, per un affetto perduto, per te bambino o per l’adulto che mai sei diventato.

Scrivi perché non puoi farne a meno, perché non puoi riversare sugli altri tutto ciò che ti tieni dentro.

Scrivi perché è da egoisti, è facile avere come unico interlocutore la tua coscienza; talvolta alleata e ipocrita, talvolta crudele antagonista.

Scrivi perché il flusso dei pensieri sgorga libero da ostacoli e porta con sé detriti e materiali di risulta; un fiume grosso che non vede l’ora di esondare, raggiungere un orgasmo liberatorio e finalmente godere.

Ho scritto un milione di volte per me, per te, per noi, per lui.

Il pensiero diventa scrittura.

Senza le parole niente esisterebbe. Nemmeno tu.

Seduto in quel caffè…

Basterebbero le piccole cose.

Per esempio bere un caffè in un bar deserto, magari in una via secondaria, lontani dal chiasso e dalla gente.

Dove senti il chiacchiericcio dei bicchieri che si sfiorano, gli sbuffi della macchina del caffè, le sedie che miagolano, i rumori lievi provenienti dall’esterno, avverti quasi i pensieri del barista.

Ci si potrebbe ascoltare molto meglio, sai.

Le pause, l’aria che entra ed esce dalle bocche, le parole sarebbero certo più lievi perché non devono arrancare per farsi ascoltare.

Sarebbe tutto più facile.

Sarebbe come quando ascolto Ezio Bosso che suona, ne avverto il respiro ed il respiro si fa musica.

Lui stesso diviene uno strumento musicale che suona e accompagna il piano.

Un suono che si completa nell’altro.

Sentire il respiro dell’altro è un grande privilegio.

In quel bar, anche noi saremmo strumenti, impegnati in una melodia.

Il ritmo da lento si farebbe allegro fino a raggiungere l’acme per poi scemare.

La giusta conversazione è musica.

Ci vuole orecchio e senso del ritmo.

Saltella e schiva.

Nessun motivo per restare è, ad onor del vero, un ottimo motivo per restare.

È che poi ce ne sarebbero almeno un milione, e tutti validi, per andare via.

Questo disinteresse, questa freddezza non è da me, mi è innaturale questa totale distanza da tutto.

Sarà un meccanismo di difesa, una strategia atta alla sopravvivenza, una tecnica di autoconservazione.

Perdo interesse, più niente mi tocca, ogni spreco di energia mi sembra cosa inutile.

L’immobilismo non fa per me eppure ora vorrei essere una lucertola che corre a nascondersi sotto i sassi.

Ero così sicura di aver chiuso quella porta ed invece ogni sorta di autoanalisi mi vede sconfitta.

Quante volte si può e si deve riniziare…

Un eterno gioco dell’oca del quale non tieni in mano neppure i dadi.

Faccio tutto a dovere, precisa e chirurgica per poi scoprire che è stato inutile.

E via, tutto da capo.

Che cosa stupida essere prigionieri di cose che non esistono.

Avanti, bambina pugile torna a saltellare.

Saltella e schiva.

Schiva e saltella.

Ricorda che non puoi più atterrare sulle gambe.

Stavolta devi imparare a volare, sciocca bambina.

I pesci non piangono.

È da troppo tempo che non piango.

C’è stato un periodo di grande fragilità che mi portava a pianti frequenti, solitari, espressione di disperazione pura.

Repentini terminavano così come erano venuti.

Temporali improvvisi che funestavano le mie giornate.

È da un po’ che non piango, in effetti.

Saranno due anni.

Ho un pessimo rapporto con il pianto, nonostante gli riconosca un valore catartico e rinnovatore, me ne vergogno.

Il pianto è per me qualcosa da fare in privato, ammantato d’intimità, nascosti un po’ anche a se stessi.

Ha di certo a che fare con la mia stupida idea di debolezza e fragilità.

Scelgo sempre da chi farmi vedere fragile e no non piangerei mai davanti a te.

Lo so è una stupidaggine.

È una cosa che non perdono al dolore, infatti.

Quello di farti perdere il controllo, di crollare emotivamente e finalmente piangere.

Si è brutti quando si piange, il viso si accartoccia su se stesso, si arrossa, lacrime e muco, la bocca si tende verso il basso, il petto è scosso dai singulti, la testa è vuota e gli occhi pieni.

Le ciglia non riescono più ad arginare le lacrime che rompono gli argini e invadono le gote, il mento, il collo.

Rivoli di pianto che scorrono incontrollati.

Il pianto è espressione di umanità.

Per questo i pesci non sanno piangere.

Io dovrò imparare di nuovo a farlo.

Ho della felicità ma è per uso personale.

Poi per caso scopri che si può essere felici.

Senza necessariamente sentire il bisogno di farsi perdonare per questo.

Senza grosse motivazioni, né giustificazioni.

Sì, ti fermi, rallenti e ad un tratto ti senti felice.

Una felicità distesa, comoda, lieve, delicata.

Niente fuochi d’artificio, esplosioni o detonazioni.

No, niente del genere.

Più uno stato di sfacciato benessere; nel corpo e nella mente.

Una percezione di pace; quasi un momento di galleggiamento emotivo, una sospensione dai problemi, dalle piccole trappole del quotidiano, dalle insidie mentali, dal logorio della vita.

Allunghi gli arti e la colonna, respiri e ti metti comodo in questa felicità che ora ti contiene tutto, ti racchiude.

Ci sono felicità ad uso puramente personale talmente sono piccole.

Non bastano per essere condivise con altri, spezzettate e disperse.

Vanno vissute così.

Consumate in silenzio, assaporandone piano il gusto.

È che questa piccola felicità va saputa riconoscere e apprezzare.

Non è affare per distratti.

Meduse e sirene.

Le correnti calde portano le meduse.

Le vedi volteggiare nell’acqua come piccole ballerine, danzanti al ritmo di una musica che sentono solo loro.

Fluttuano e fanno del mare il loro carillon.

Noi intrusi dobbiamo schivarle se desideriamo nuotare.

E così siamo impegnati anche noi in una danza, una nuotata che cambia traiettoria in continuazione.

Lo sguardo si fa attento, la nuotata perde un po’ di spontaneità e fluidità, fino a quando non ti dimentichi; delle meduse, del pericolo, di te.

Allora nuoti e basta.

Per una volta sono le meduse che osservano te ormai dimentico di tutto, perso in un flusso di coscienza che ti culla al pari delle acque del mare.

Una bracciata dietro l’altra, il respiro che si placa e si fa regolare, il corpo si distende, ritrova acquaticità.

L’acqua ti scivola addosso, ti sposti e la sposti, un tutt’uno con quella linfa.

Diventi liquido: nel corpo ma soprattutto nei pensieri.

Avverti sulla pelle i passaggi repentini di temperatura, registri quasi distrattamente le modifiche del fondale sotto di te.

Sei medusa tra le meduse.

La meraviglia si compie ogni volta.

Il mare non avrà le risposte ma sicuramente ti aiuta a non porti più domande.

Almeno fino a quando resti medusa.

Se ti chiamano mamma è solo per errore.

Da ragazzina avevo sempre un marmocchio in braccio o meglio adagiato sulla curva anatomica del fianco, come quelle donne africane con un bimbo al lato, portato quasi come un accessorio a completamento del vestiario tradizionale.

Non c’era bambino della mia zona che non avessi preso in braccio, cullato o tenuto in grembo.

Non so se fosse vero e proprio istinto materno; mi sono sempre piaciuti i bambini, da adulta ne ho fatto il mio pane quotidiano.

Non sono una madre sono un’insegnante.

Il primo periodo questo bambino che non voleva venire rappresentava un problema.

Le aspettative, tue e degli altri, sono un cane che ti morde costantemente la gola, senza tregua.

La speranza, che puntualmente viene uccisa ogni mese dal ciclo che arriva, alla fine ti logora.

E in qualche modo ti devi giustificare, con te stessa, con tuo marito, con i familiari, con gli estranei.

Perché sembra che se non fai un figlio tu non valga niente, ti vedono monca, menomata nel tuo essere donna, incompleta e di conseguenza infelice.

E infelice lo sono stata a causa di questa mia incapacità a diventare madre, fantasticavo su come potesse essere, immaginavo.

Ho persino un nome che mi sarebbe piaciuto dare ad una bambina, quel nome è rimasto lì, sepolto nella coscienza, inutilizzato.

Il mio desiderio di maternità è diventato sempre più flebile con il passare del tempo, si è modificato, inevitabilmente sublimato e assorbito da altro.

Egoisticamente, talvolta, ho provato anche sollievo, non essere madre ti affranca da ogni responsabilità, non hai il compito di essere migliore, di occuparti della felicità di un altro individuo.

Non mi sento incompleta ma credo che la maternità e la genitorialità atttibuiscano alla persona una dimensione in più.

Dimensione a me preclusa.

Ho eliminato quasi subito la possibilità di diventare madre percorrendo altre vie.

Forse non ho desiderato abbastanza.

Non tutti nascono per fare i genitori, non tutte le donne hanno scritto nel loro destino di diventare madri ed io sono una di queste.

A dispetto dei miei fianchi rotondi adattissimi ad ospitare una creatura.

Ora non mi fa più male dire che non ho figli, non mi giustifico più e mi assolvo con una magnanimità sofferta e guadagnata negli anni con fatica.

No, non ho figli.

Punto croce.

Tra le mie abilità in sereno disuso c’è quella del ricamo.

Non ricordo come e nemmeno perché, ricordo che da bambina finii in convento.

Nelle vicinanze di casa mia o meglio della casa che mi ha vista bambina c’è una meravigliosa, piccola chiesa gotica risalente al 1.500, una chiesetta che la storia dell’uomo ha snaturato e trasformato.

Adibita a colombaia militare durante la prima guerra mondiale, la sua navata centrale trasformata in alloggio del comandante e, divenuta poi, nel dopoguerra, convento di suore di clausura.

Le suore erano benedettine, si dedicavano all’orto e al giardino che stava attorno alla chiesa, alla preghiera e, lontane dalle cose terrene, erano dedite al ricamo.

I nostri giochi da bambini ci portavano spesso nel piccolo piazzale della chiesa, quel luogo santo esercitava un forte fascino su di noi, il sacro ed il profano.

Gli echi antichi dei colombi addestrati dai militari si mischiavano alla santità del luogo e all’aura mistica di quelle donne recluse per loro stessa vocazione.

L’albero del fico ci regalava frutti dolci e buonissimi, il latte appiccicoso e biancastro tra le dita non ci impediva di mangiare quei fichi riscaldati dal sole e dalle nostre risate bambine.

Quel luogo chiuso al mondo non lo era per me.

Non ricordo come iniziai a frequentarlo, non ricordo perché le suore scelsero me ma fui la bambina che ebbe accesso al convento.

Potei andare oltre il parlatorio con la grata e la grande statua della Madonna, potei accedere alla sala interna per apprendere l’arte del ricamo.

Avevo la mia sedia e ci mettevano in circolo, ognuna intenta a cucire, rammendare e ricamare.

Di quel periodo ricordo le matassine Moulinè di cotone dai mille colori, la tela, il telaio in legno per tenerla tesa, il ditale, gli aghi e i nomi dei punti.

Punto croce, punto pieno, punto erba, punto catenella, punto nodino.

Le mie dita sottili erano adatte a praticare questa arte e tra chiacchiere, prove ed errori, imparai a ricamare.

Ogni nuovo nato del vicinato aveva il suo bavaglino ricamato da me e tovagliette e portatovaglioli invasero ogni casa della mia via.

Mi piaceva la scelta del disegno, della stoffa, dei colori, mi piaceva la dedizione delle suore e mi piaceva il risultato finale.

Ecco che fiori, oche, casette, lettere e nuvole prendevano vita sulla tela.

Prima era intonsa e nuda e poi io facevo apparire come per magia delle decorazioni, delle immagini.

Non ricordo perché smisi.

Probabilmente perché la vita quotidiana mi portò via con sé, la scuola, gli impegni.

Chissà se le suore avevano creduto di intravedere in me una vocazione simile alla loro e pensavano attraverso il ricamo di avvicinarmi al loro mondo, alla loro fede.

Ora non ricamo più.

Come ogni arte appresa ma non praticata ho dimenticato.

Le mie dita ormai adulte non rammentano come si fa.

Ora non so più fare le magie.

Quanti errori signora mia.

Per mestiere mi viene richiesto di correggere gli errori.

La correzione dovrebbe portare all’individuazione di un errore dal quale risollevarsi, affrancarsi e apprendere la lezione.

L’errore deve avere valenza didattica cioè contenere in sé la possibilità di comprendere e andare oltre, percorrendo la via giusta verso l’acquisizione di un concetto o l’applicazione di una regola.

In pratica tu non sei i tuoi errori ma i tuoi errori ti consentono di essere te stesso, di esprimere il tuo mondo.

Sembra un controsenso certo, ma, attraverso i tuoi errori impari.

Molti evidenziano i nostri errori sottolineandoli in rosso, vergando con vigore il mal funzionamento, la mancata risposta, lo sbaglio appunto.

Così alla fine ci identifichiamo con i nostri errori.

L’errore è inevitabile, fa parte della nostra fallibilità, dovremmo considerarlo un punto di partenza e non di arrivo.

Un modo per aggiustare il tiro, cambiare rotta, limare gli eventi.

Quanti errori signora mia.

Quanti.

Commessi e da commettere.