Numero 15.

Oggi ero il numero quindici, in genere mi viene da sommare: uno più cinque fa sei.

Sei è un buon numero.

Ero circondata da persone che poi erano numeri; eravamo tutti dei numeri.

Numeri in un tabellone, noi pazienti gialli, le stanze bianche.

La mia stanza era quattrocentoventi, altra somma; quattro più due fa sei, di nuovo sei.

Sei è un buon numero.

Mi sono portata un libro per farmi compagnia, giusto per sentirne il peso tra le mani perché in realtà quando sono troppo nervosa non riesco ad abbandonarmi alla lettura.

E poi dovevo essere attenta, vigile, dovevo bastare a me stessa e tenere a bada tutti quei numeri.

Perciò il libro aveva un puro valore di feticcio, un oggetto transizionale, un talismano da carezzare per farsi coraggio.

Un sorriso alla signora bionda, lei è dodici, uno più due fa tre, il tre rappresenta la perfezione per Dante.

Mi dice che ha scelto la clinica per un intervento alla colonna e che è sola, la figlia oggi inizia il tirocinio.

Zoppica vistosamente e in quella zoppia mi riconosco, riconosco un destino.

Poi c’è un ragazzo alto, lui è il venti, due più zero.

Porta in dono la provetta con le urine, zelante magio dal pizzetto scuro.

La signora con il bastone, la coda troppo lunga, le scarpe da barca allacciate saltando vari occhielli, un sacchetto di nylon rosso come borsa.

È curva, lei è il numero trenta, tre più zero.

Litiga al telefono con il marito, dice che non legge i numeri, non vede, gli dà dell’imbecille e lo manda a fanculo.

Urla nella sala d’attesa piena di numeri.

Mi sento di troppo ad assistere a questo litigio, a questo spaccato di vita domestica, intimità che lei non riesce a proteggere.

Il tabellone fa girare i numeri e noi ci spostiamo come biglie irrequiete.

Controllo, sono sempre quindici, ho sempre il mio libro.

Poi mi sposto nei vari ambulatori e li perdo, perdo il dodici, il venti ed il trenta.

Penso di fare un in bocca al lupo alla signora bionda per il suo intervento ma non la trovo più, inghiottita dall’ospedale.

Io sono quindici.

Uno più cinque fa sei.

Collezione di cose inutili.

Errori dai quali non hai imparato nulla.

Scuse della taglia sbagliata: troppo piccole o troppo grandi per te.

Delusioni dalle quali farsi azzannare alla gola anche quando non c’è il plenilunio.

Insipidi oroscopi che ignorano il tuo essere singolare per intrappolarti nell’universale.

Strumenti che non sai suonare e sogni che non sai accordare.

Illusioni e fantasie troppo ingombranti; ti escono fuori dalla testa ma non sanno farsi realtà.

Poteri magici ormai esauriti e amuleti di cui non ricordi nè il valore nè la funzione.

Vecchi amori desueti, passioni sfumate e battaglie perse in partenza.

Prime volte che diventano tutte le volte, perché che diventano vabbè, forse che diventano ormai.

Fantasmi vigliacchi, pagliacci depressi, tristi profittatori e parassiti del cuore, incalliti individualisti e annoiati sabotatori, arroganti fantasisti che ti usano come anestetico per la propria solitudine.

Tutte le collezioni sono inutili.

Non amo chi colleziona.

Amo chi sceglie perché chi vuole avere tutto poi, in realtà, non vuole niente per davvero.

Una tregua in tazza grande.

Sì, ho bisogno di una tregua.

Anche piccola, che non conosca l’avidità del tutto subito.

Una tregua da conservare, da portare con sé in tasca e consumare all’occorrenza.

Ma in pezzi piccoli piccoli, per farla durare come le cose importanti e significative.

Una sospensione dalle cose, dagli altri, da se stessi.

Un’astrazione benevola e benefica.

Un arrotolarsi su di sé per ripararsi, farsi nuovi, nascere ancora un po’.

Un mettersi tra parentesi, chiudere gli occhi e riposare.

Una sosta, un ristoro, una culla.

Tregua.

Senti che bel suono.

Evoca l’assenza di peso, la levità.

Datti tregua, regala tregua, fatti tregua.

There is a light and it never goes out…

All’improvviso Morrissey mi canta in testa.

Take me out tonight…

Ho di nuovo sedici anni.

Mi faccio portare indietro dalla sua voce delicata, dalla poesia triste delle sue parole.

E lui è così bello.

Ho di nuovo sedici anni.

L’adolescenza è una terribile affezione nella vita delle persone, un passaggio obbligato, terribile e ingrato, un rito maledetto per segnare l’abbandono dell’infanzia.

Insomma una cosa scomoda e sgradevole, un periodo di incertezze nel quale non sai più chi sei e chi stai per diventare.

Il tuo corpo si ribella e chi caspita è quest’estranea che ti alberga nella testa.

E devi fare i conti con i cambiamenti e gestire le persone che ti stanno attorno e che si confrontano con questo tuo nuovo essere.

E non puoi più fare la bambina ma non sei nemmeno una donna.

Sei un gomitolo di cose inespresse che cerca di sbrogliarsi senza mai snodarsi totalmente.

E poi ci sono i primi amori, rigorosamente non corrisposti.

La timidezza, l’ereutofobia, la paura di non essere all’altezza.

Ma c’è la musica e Rockerilla e Il mucchio selvaggio e il ballare con un walkman giallo chiusa in camera, davanti allo specchio.

E guardarsi e non riconoscersi.

Ho di nuovo sedici anni e chi cazzo è questa qui.

Perciò take me out tonight…

Oppure mai.

Quella voglia prepotente di arrendersi.

Basta, Dio, basta.

Ho capito, sono un essere finito e sfinito.

Avrei voglia di sedermi, fermarmi e subire passivamente tutto questo troppo, dichiararmi battuta, sopraffatta.

Sventolare una liberatoria bandiera bianca, alzare le mani, sprofondare sotto il peso delle spalle, cedere e finalmente perdere.

Ho voglia di nascondermi dentro un non ce la faccio, farmici una cuccia e dormire un’era.

Accettare le sconfitte, le perdite e l’impossibilità di tornare indietro, essere molli e passivi, incrociare le braccia e gustarsi la fine delle cose.

Lasciarsi andare docilmente alla deriva, fanculo i combattenti, l’orgoglio e la volontà ferrea e dispotica.

Basta resistere a tutti i costi, migliorare, evolvere.

Basta.

Diventerò migliore domani.

Oppure mai.

Piccole meraviglie che si nascondono dentro un libro leggero.

La morte non è niente.
Henry Scott Holland

La morte non è niente. Non conta.
Io me ne sono solo andato nella stanza accanto.
Non è successo nulla.
Tutto resta esattamente come era.
Io sono io e tu sei tu
e la vita passata che abbiamo vissuto così bene insieme è immutata, intatta.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il vecchio nome familiare.
Parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce.
Non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme.

Sorridi, pensa a me e prega per me.
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima.
Pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto.
È la stessa di prima.
C’è una continuità che non si spezza.
Cos’è questa morte se non un incidente insignificante?
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Va tutto bene; nulla è perduto.
Un breve istante e tutto sarà come prima.
E come rideremo dei problemi della separazione quando ci incontreremo di nuovo!

Lei si accovacciò su di lui e.

Imperdonabili certi autori.

Ti portano per mano verso una scena di sesso e ti lasciano lì, da solo, ad immaginare il resto.

Quale vigliacca ritrosia spinge uno scrittore ad accennare in maniera didascalica e frettolosa una scena di sesso per poi cambiare totalmente discorso.

Non si fa.

Nella mia testa c’è l’attesa, c’è tutto un allestimento della situazione, ci sono personaggi che bramano, desiderano, fremono e tu, scrittore, cambi discorso come una qualsiasi scolaretta imbarazzata.

O come faceva mia madre che si scusava con me delle immagini fornitemi inopportunamente dalla televisione, fruizione che poteva sconvolgere la mia mente bambina, secondo lei.

Trovavo più imbarazzante questo suo affanno, questo suo bisogno di edulcorare la realtà, di tapparmi gli occhi metaforicamente, di proteggermi a suo modo dalle brutture del mondo.

Fu così che vidi il mio primo uomo nudo, alla TV, con mia madre che si scusava.

Ma questa è un’altra storia.

Quindi scrittore che ometti, che deleghi tutta la responsabilità alla libido del lettore, che scappi di fronte a Eros.

In fondo fai bene se non sei capace.

Le scene di sesso maldestramente descritte possono diventare estremamente ridicole e favorire un’ilarità inappropriata.

Non tutti sanno parlare di sesso.

L’altro rischio è una volgarità forzata, la banalizzazione di ciò che per sua natura non dovrebbe essere forzato, volgare o banale.

Da ragazzina, in vacanza con la famiglia della mia amica, mi capitava di leggere i libri portati al mare da sua madre.

Nelle copertine c’erano sempre coppie avvinghiate, lui con baffi pirateschi e lei con sguardo tra il ritroso e il famelico abbinato a folte chiome e fianchi rotondi.

Era tutto un carrozzone di verghe che penetravano nelle nature femminee più profonde, era un turbinio di fammi spazio dentro te e imparerai ad accogliermi anima mia.

Insomma mica era sesso quella roba lì.

Non c’erano orgasmi ma solo potenti appartenenze reciproche e palpitanti zone corporee non ben identificate.

Occorre maestria e conoscenza nel parlare di sesso.

Occorre sensualità e fantasia e misura e desiderio.

A ben pensarci occorrono per parlare di qualsiasi cosa.

Da Roth non si torna indietro.

Ripongo nelle persone la stessa fiducia che affido con innocenza ai libri.

Scelgo i libri con il favore dell’istinto, mi faccio sedurre da ciò che luccica, come una gazza mi lascio ammaliare da un colore, un riverbero, una copertina, un profumo.

Prendo il libro dallo scaffale e diventa mio.

Certo, delle volte mi delude.

Mi lascio deludere da vicende narrative scontate, da linguaggi approssimativi e poco efficaci, da prolisse affermazioni di sè e da imperdonabili imprecisioni ortografiche.

Con i libri e con le persone c’è una sorta d’innamoramento iniziale, un prologo fatto di prime impressioni e di aspettative feroci.

Talvolta nascono delle vere e proprie storie d’amore.

Il più delle volte è sola ginnastica neuronale.

Alcuni li leggi con avidità e brama e la fine ti lascia orfano e affamato.

Altri sono destinati all’oblio, ad essere masticati e demoliti dalla memoria, un bolo di parole che riponi nel cassetto più in alto della tua capacità mnemonica, lì, abbandonato tra ciò che è inutile rammentare.

Talvolta, mi accade di capire da metà libro chi sia l’assassino, l’aspettativa riposta nella storia muore insieme alla successiva vittima, termino il libro solo per darmi ragione e, saccente e insoddisfatta, mi lascio intrigare dal libro successivo.

Anche con alcune persone scopro subito chi è l’assassino, so già dove andranno a parare.

La prevedibilità di alcuni è per certi versi rassicurante, sono libri che ho già letto e che non ho intenzione di rileggere.

Certi libri e certe persone segnano un livello, alzano l’asticella, ti hanno talmente nutrito di bello e di efficacia che dopo di loro non si può tornare indietro.

Segnano la lapidaria distanza tra ciò che è significativo e ciò che non lo è e non lo sarà.

Chissà, per te, che libro sono.

Burp.

Neanche un rigurgito di coscienza, stavolta.

Nessun senso di colpa o pentimento.

Nessun moto inverso nell’animo, nessuna conseguenza, nessuna responsabilità.

Accade così, all’improvviso.

La consapevolezza che ciò che non esiste non può far danno, perde di mordente, si sgonfia e si affloscia su se stesso, si depotenzia, si annulla.

Si esprime totalmente nella sua volontà di non esistere perciò nessuna reazione, niente.

Come ho fatto a diventare così, a diventare ciò che mi ha sempre infastidito, una via di mezzo tra la pratica dell’indifferenza e la sfrontatezza dell’incoscienza.

È la stanchezza che s’impossessa delle cose, che le svilisce e le rende vuote di significato.

Puoi giocare con le conseguenze? No.

Non puoi farlo.

Puoi giocare con ciò che non esiste, ripagarlo con la stessa moneta, attribuendogli il niente che merita, lasciandolo ai margini della coscienza e relegandolo nell’inutile.

Nessuna influenza nella vita reale equivale al non esistere, al non essere in nessun modo.

La salvezza viene dal nulla e si esplica nel nulla.

Il nulla ci salverà da noi stessi e dalla vuotezza nella quale crediamo di nasconderci.

Domani. Ogni anno, domani.

Accadrà domani.

Cioè in realtà è già accaduto.

Sette anni fa.

Hai notato che non vengo più in cimitero, sono una pessima figlia.

Lascio ad altri l’incombenza di gestire l’apparenza, chi è stato molto amato ha una lapide luccicante e fiori sempre freschi.

Che stronzata, l’apparenza.

Il cimitero è un luogo per i vivi mica per i morti.

A loro non importa di avere la composizione di fiori per le varie ricorrenze, tanto non ne avvertono più nemmeno il profumo.

Certo quei fiori di plastica impolverati m’infondono una tristezza profonda, lacerante.

Una preghiera veloce, biascicata sottovoce e via.

Camminare, andare lontano.

Impegnarsi e farsi ingoiare dal tempo.

Ci sarà ancora quel piccolo nido di non so quale insetto deciso a farti compagnia con ogni sorta di ronzio, credo di sì.

E i vasetti piccoli, di vetro, destinati ad ospitare minuscole piante grasse, senza fiori, di quelle che resistono ad oltranza e poi muoiono esauste e sfinite dal tempo troppo freddo, troppo caldo, troppo.

E poi lo sai, lo sai che io mi stufo, mi stufo di vederti morta, di vedere che non sei qui, mi stufo di sentirmi più sola.

Lo so, lo so che tu ci sei, in qualche modo, in qualche forma.

A proposito hai visto tutto quello che ho fatto? Le cose che tentavano d’investirmi ed io le ho affrontate.

Certo che lo hai visto.

C’eri.

Eri con me anche in sala operatoria, forse eri proprio tu a carezzarmi la testa.

Mi sono sentita così piccola lì dentro.

E faceva un freddo cane.

Avevi freddo anche tu?

E poi hai notato, era come quando ero piccola e non dormivo.

Dovevo tenere tutto sotto controllo.

Chissà che pena hai provato nel vedermi così indifesa e affranta.

Forse quando sento di più la tua mancanza è perché ti stai dedicando agli altri: babbo, Lu, i tuoi nipoti, fratelli e sorelle.

Devi dividere le tue attenzioni, è giusto.

Non so se approvi sempre quello che vedi, so essere deludente e poco adatta.

E poi, io e te, siamo sempre state così diverse ed in fondo così simili.

Sono cambiata, divento sempre più simile all’idea che avevi di me.

O forse no.

Me ne allontano sempre un po’, lo sai.

Certo che lo sai, mi hai fatta tu.